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Il capitalismo dei beni comuni e la fine del giornalismo

Yochai Benkler, acuto giurista e docente a Yale, ha teorizzato la nascita di un "capitalismo senza proprietà" in grado di prosperare e mettere a valore i beni comuni (commons), soprattutto quelli artificiali e ovviamente quelli digitali. La sua analisi appare bizzarra e paradossale, eppure contiene intuizioni originali e più di un elemento di verità. Se pensiamo al business di Google, capiremo come questo - a differenza di quello di Microsoft - si basi sull'indicizzazione di una grande massa di saperi che vengono continuamente prodotti e che potenzialmente devono poter essere a disposizione del pubblico. Ecco perché l'azienda di Mountain View sposa volentieri la retorica della condivisione e della libertà di comunicazione. Sentiamo Yochai: "L’avvento della produzione basata sui commons in generale, e della produzione orizzontale in particolare, crea un nuovo settore all’interno dell’economia dell’informazione e della conoscenza. Dà vita a nuove fonti di competizione per le imprese consolidate, ma anche a nuove opportunità per quelle imprese che sapranno adattarsi abbastanza rapidamente. I desideri che esaudisce sono vecchi, come il bisogno di enciclopedie, ma lo fa in forme nuove. Inoltre fornisce alle persone cose completamente nuove, in particolare forme di espressione tramite parole, suoni e immagini" (Qui l'intervista completa)

Quanto al destino del giornalismo, Benkler sostiene in un articolo su New Republic che "come ogni altra merce informazionale, il modello di produzione delle notizie si sta spostando da un modello industriale costituito da monopoli ad uno reticolare che integra diverse pratiche nel sistema produttivo". La possibilità di reperire informazioni da tutto il mondo, la facilità di mettersi in relazione con altri e il consistente abbassamento dei costi necessari a mettere in piedi una testata giornalistica lascerebbero pensare che questa volta gli apologeti del Web senza se e senza ma abbiano ragione. Gli entusiasti sottovalutano il fatto che per fare giornalismo ci sia bisogno di organizzazioni complesse (e per dire una sola cosa, di un reddito per chi lavora) oppure, in maniera più o meno palese, confidano nell'ideologico presupposto che affida al libero mercato e alla legge del profitto il destino di allocare al meglio le risorse e di creare nuove condizioni perché queste organizzazioni si creino. Inseguire il successo commerciale coincide con lo svolgimento della funzione di "cani da guardia" del potere? E questa funzione essenziale può assolta dal cosiddetto citizen journalism, che sempre più spesso è diventato un eufemismo anglofilo per significare "giornalismo non pagato"?

"Tra il 2010 e il 2012 - racconta Robert McChesney, autore del saggio "Digital Disconnect" - ho visitato due dozzine di città statunitensi per discutere lo stato del giornalismo". Ad ogni tappa del suo viaggio lungo l'America McChesney ha scoperto che il numero di giornalisti regolarmente retribuiti rispetto a trent'anni fa si è praticamente dimezzato. Il motivo di questo stillicidio è molto semplice: "Semplicemente - asserisce ancora McChesney - aziende e investitori non considerano il giornalismo un affare conveniente".

Più che cambiare il corso degli eventi, in questo settore la Rete ha rafforzato una tendenza - quella alla deregulation, alla ristrutturazione produttiva e al rafforzamento dei monopoli - che era già in atto dagli anni Ottanta, prima che Internet entrasse nelle nostre vite quotidiane, smantellando il lavoro garantito e scaricando sui singoli lavoratori il peso dei mutamenti e i costi dettati dall'impossibilità di mettere sul mercato merci immateriali.

Negli Stati Uniti l'inversione di marcia è cominciata, guarda caso, negli anni in cui si è scatenata la controrivoluzione liberista. La strategia dei grandi gruppi si è dispiegata tra i Settanta e gli Ottanta: acquisire più testate e costituire conglomerati. Presto si resero conto che le economie di scala non erano sufficienti ad incrementare i profitti e cominciarono a tagliare i costi di produzione. Nel bel mezzo di questo processo esplode Internet e arriva la prima bolla della new economy.  

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